da: beppegrillo.it del 2 Marzo 2011 – LA VIA DEL GUERRIERO – INTERVISTA A PIERCAMILLO DAVIGO, MAGISTRATO E GIUDICE.

intervista che è utile leggere per avere un’idea chiara dello stato della Giustizia italiana:

DA: Beppegrillo.it del 2 Marzo 2011.

LA VIA DEL GUERRIERO – INTERVISTA A PIERCAMILLO DAVIGO, MAGISTRATO E GIUDICE.

Piercamillo Davigo è un combattente ed è anche un giudice. Sembra un magistrato uscito dal libro di Carlos Castaneda “La via del guerriero“. E’ stato la mente giuridica di Mani Pulite, oggi è consigliere di Corte di Cassazione. Chiunque, dopo averlo ascoltato in questa intervista, è in grado di capire perché la macchina della Giustizia in Italia gira a vuoto, quali sono i rimedi per migliorarla e chi si oppone per interessi politici o per ragioni più prosaiche. Il cuore del problema dell’Italia, la tana del drago, è la giustizia. Se funzionasse, il Paese sarebbe, quasi per incanto, diverso.

Intervista a Piercamillo Davigo, magistrato

Un eccesso di domanda di giustizia
Il sistema giudiziario italiano è in affanno da moltissimi anni, da 40 – 50 anni, in costante peggioramento. Ogni anno le cose vanno sempre peggio, se uno guarda le relazioni di inaugurazione dell’anno giudiziario i problemi aumentano anziché diminuire, il che vuol dire che le cure che sono state tentate negli ultimi 40 – 50 anni,cioè di aumentare la produzione, aumentando le risorse e i mezzi e comunque aumentando la produttività dei singoli, non sono servite a nulla perché la patologia italiana è un eccesso di domanda di giustizia. Un eccesso di domanda di giustizia che dipende da vari fattori, nel civile dipende dal fatto che il sistema tutela di più chi viola la legge che non chi la rispetta, chi lede un diritto altrui ha garanzie maggiori rispetto a chi subisce una lesione del proprio diritto. E lo stesso vale nel penale, il sistema è finalizzato molto bene alla tutela degli imputati, molto meno bene alla tutela delle vittime.
E quindi da un lato aumenta il numero di violazioni e dall’altro aumenta il contenzioso perché vengono utilizzati poi tutti i meccanismi processuali per evitare di rispondere delle cose che sono fatte.
L’Italia spende per la giustizia più o meno come la Gran Bretagna, la Gran Bretagna fa 300 mila processi penali ogni anno, l’Italia 3 milioni. La Gran Bretagna con 300 mila processi penali l’anno ha 100 mila detenuti, l’Italia con 3 milioni di processi penali ha 67 mila detenuti. Quindi una macchina gigantesca che gira sostanzialmente a vuoto.
Quanto al civile ogni anno in Italia vengono iniziate più cause di quante ne vengono iniziate in Francia, Spagna e Gran Bretagna messe insieme, il risultato è che i magistrati lavorano moltissimo per produrre il nulla sostanzialmente, la relativa inefficienza del sistema è l’unica cosa che lo tiene ancora in piedi, perché c’è una domanda di giustizia oggi sommersa perché ci sono molte persone che lamentano violazioni dei loro diritti che non ricorrono al giudice perché sanno che non arriverebbe una risposta tempestiva e soddisfacente. Se da domani, con un colpo di bacchetta magica i tribunali diventassero efficienti, questa domanda si scaricherebbe immediatamente sui tribunali e li paralizzerebbe subito.

Un esercito di avvocati
Le cause vere di questo problema, le cause vere sono il numero eccessivo di avvocati che ci sono in Italia, ci sono più avvocati solo nella città di Roma che in tutta la Francia, abbiamo 230 mila avvocati e aumentano di 15 mila l’anno, per dare un parametro di confronto il Giappone con il doppio della popolazione italiana ne ha 20 mila.Se il sistema paese deve competere con altri sistemi paese se l’Italia impiega oltre 40 volte le energie che impiega il Giappone per risolvere le controversie, è chiaro che non è competitivo.
C’è poi un problema di efficacia delle decisioni perché poi una volta che le decisioni vengono prese dopo anni non sono eseguibili o sono eseguite solo in parte, per esempio nel civile anche quando uno ha una sentenza di condanna non sempre riesce poi a trovare i beni del suo debitore su cui eseguire il provvedimento del giudice, perché nel frattempo quello li ha venduti, li ha occultati etc.. Nel penale ci sono una serie di meccanismi che vanificano la pena inflitta per cui raramente, almeno per certi reati, si finisce in carcere a scontare la pena che è stata data.
Questi problemi sono la causa principale dei ritardi della giustizia, intanto il numero dei processi da solo è la causa principale della durata dei procedimenti. Per ridurre il numero dei procedimenti bisogna ridurre il numero degli avvocati perché gli avvocati vivono dei procedimenti e si oppongono a qualunque tentativo di ridurre il contenzioso. Per esempio introducendo un tasso di interesse giudiziale molto più alto del tasso di interesse di mercato si scoraggerebbe il resistere indebitamente in giudizio sapendo di avere torto, il debitore che sa di dover pagare il suo creditore lo pagherebbe invece di farsi fare una causa che dura anni, perché poi alla fine dovrebbe dargli talmente tanti soldi da uscirne rovinato.
Se non si affronta questo problema seriamente che richiede soluzioni di lungo, forse di lunghissimo periodo perché non è che si possono deportare gli avvocati o fargli cambiare mestiere per forza, bisogna intervenire sull’università, ridurli man mano invece di consentire che continuino a aumentare. Bisogna contenere le impugnazioni non nel senso di ridurre il numero dei gradi di giudizio perché tre gradi sono più o meno in tutti i paesi del mondo, il vero problema è che da noi vengono proposte in concreto le impugnazioni, altrove no. Perché non costa nulla, non si rischia nulla, in penale la Corte d’Appello se viene investita dall’appello del solo imputato non può aumentare la pena e quindi tutti appellano, perché non dovrebbero? Se sono detenuti possono uscire per decorrenza termini e se sono liberi non viene eseguita la pena finché pende il giudizio di appello e quindi tutti appellano, il risultato è che poi tutti fanno ricorso per Cassazione.
La Corte Suprema degli Stati Uniti con 300 milioni di abitanti fa 120 sentenze in un anno, la Corte Suprema di Cassazione italiana con 60 milioni fa 100 mila sentenze di ordinanza in un anno, è chiaro che il sistema si inceppa e non può funzionare con numeri di questo genere. Non solo non è una soluzione ma ritarderà ulteriormente il corso dei procedimenti perché l’idea è più o meno questa: sarebbe come se le Ferrovie, constatato che i treni arrivano in ritardo anziché cercare di risolvere il problema per cui i treni arrivano in ritardo stabilisse che giunta l’ora di arrivo il treno si ferma dov’è sul percorso e tutti scendono e vanno a piedi. Scaduto il termine il processo è estinto, ne consegue che tutti faranno il possibile per ritardare il processo per ottenere l’estinzione perché bisogna tenere conto che statisticamente, e non potrebbe che essere così, il maggior numero degli imputati sono colpevoli perché non si può pensare che il maggior numero degli imputati siano innocenti, altrimenti vuol dire che Polizia giudiziaria, Pubblico Ministero, Giudice per le indagini preliminari, Giudice per l’udienza preliminare sono una masnada di deficienti. Qualche volta sbagliano ma, di norma, quelli che vanno a giudizio sono colpevoli, quindi la maggior parte degli imputati ha interesse a differire il più possibile la pronuncia del giudice perché sa che sarà una pronuncia di condanna e che quindi porterebbe all’esecuzione della pena.

Il processo breve non è una soluzione
Il processo breve incoraggerebbe i delinquenti a ritardare il corso della giustizia soprattutto, perché così arriva, scaduto il tempo dirà “non mi fanno più niente”, poi si somma alla prescrizione. Già oggi l’Italia insieme alla Grecia è l’unico paese dell’Europa occidentale in cui la prescrizione matura dopo una condanna in primo grado. Altrove no: sei stato condannato in primo grado, poi tu vuoi altri giudizi: perché dovrebbe maturare la prescrizione? Invece da noi funziona così e quindi è ovvio che tutti propongono poi le impugnazioni e cercano di allungare i tempi dei processi.
Il giudizio penale è una cosa completamente diversa dal giudizio che chiunque di noi può dare sui fatti di cui è a conoscenza, nel processo penale ci sono delle regole che se fossero applicate nella vita di tutti i giorni impedirebbero di vivere. Per esempio tutti noi prendiamo ogni giorno decisioni sulla base di cose che ci sono state raccontate da persone che non le sanno direttamente ma che le hanno apprese da qualcun altro, nel processo penale non è possibile, bisogna sentire il teste di riferimento e quindi risalire lungo la catena dell’informazione. Se una persona che ha reso delle dichiarazioni non compare o non risponde le dichiarazioni che ha rese non valgono più. Ecco tutto questo nella vita di tutti i giorni non avrebbe alcun senso.
Ma io facevo sempre questo esempio, se io invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire da casa mia con la mia argenteria nelle tasche io non è che devo aspettare la sentenza della Corte di Cassazione per non invitarlo più a cena, smetto subito di invitarlo a cena. Continuerò a non invitarlo a cena anche se fosse assolto perché non me ne importa nulla del fatto che sia stato assolto, l’ho visto io prendermi l’argenteria e ciò basta.
C’è poi un esempio che faccio adesso quando si invoca la presunzione di innocenza, certo la giustizia è una virtù cardinale ma anche la prudenza è una virtù cardinale, ma chi affiderebbe la figlia di sei anni a uno sotto processo per pedofilia perché l’accompagna a scuola sull’assunto che c’è la presunzione di innocenza? Direbbe “va beh magari sarà anche innocente però fino a quando non è fatta chiarezza io mia figlia a lui non l’affido”. Eppure, chissà perché, affidiamo a queste stesse persone il nostro destino, i nostri beni, il nostro futuro!

La magistratura e il Parlamento
Il compito della magistratura è anche quello di razionalizzare le leggi e poi abbiamo una gerarchia di fonti, c’è innanzitutto la Costituzione della Repubblica e le leggi non possono contrastare con la Costituzione, le leggi ordinarie e comunque le leggi non possono contrastare con il diritto comunitario dell’Unione Europea e con le convenzioni internazionali in vigore per l’Italia.E questo mette una serie di paletti anche alle cose negative che possono essere fatte con la legge, in più quando una legge viene approvata entra in un sistema complessivo di leggi e quindi viene interpretata alla luce di questo sistema complessivo. Questo evita i problemi più gravi.
Certo, rimane il fatto che in un sistema democratico la legge è la volontà della maggioranza, fermi restando alcuni parametri, il limite del controllo di costituzionalità però consente appunto di evitare le cose più stridenti, faccio un esempio, l’articolo più importante della Costituzione della Repubblica non è, come tanti credono, l’articolo 3 “il principio di uguaglianza”, è l’articolo 2 che dice “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Se li riconosce vuol dire che vengono prima della stessa Costituzione della Repubblica perché se uno li istituisce può anche revocarli ma se uno li riconosce come sempre esistenti non ci può fare proprio niente, deve prendere atto che ci sono e rispettarli. E siccome questi diritti sono codificati da convenzioni internazionali, tra l’altro nell’area in cui noi viviamo quella del Consiglio d’Europa sono codificati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che non è disarmata perché ha istituito una Corte a Strasburgo che interviene condannando gli stati quando violano questi diritti. Questo pone rimedio anche alla volontà della maggioranza, faccio un esempio: oggi l’articolo 575 del Codice Penale dice “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21”. Se un Parlamento razzista domani cambiasse questa norma in questo modo “chiunque cagiona la morte di un uomo “bianco” è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21” questa norma cadrebbe immediatamente. E quindi ci sono limiti alle cose che una maggioranza può fare, limiti di civiltà anzitutto.

La via del guerriero
E poi c’è l’aspetto forse decisivo appunto della razionalizzazione del sistema, ne “Il piccolo principe” c’è un episodio in cui il piccolo principe incontra il re e gli chiede un tramonto e il re gli dice “l’avrai il tramonto, all’ora del tramonto” dice “io ho diritto di essere ubbidito perché i miei ordini sono ragionevoli, se ordinassi a un generale di trasformarsi in una farfalla e lui non mi ubbidisse di chi sarebbe la colpa? Mia o del generale?”. E dice “se tu ordini al tuo popolo di andarsi ad affogare nel mare farà la rivoluzione”. Ecco il problema è sempre il solito: alla base dell’autorità c’è soltanto la volontà o c’è la ragione? Questa è la questione, io credo che sul lungo periodo ci sia la ragione.
Io sono un eclettico del processo penale nel senso che ho ricoperto tutti i ruoli, compreso quello di indagato perché quando uno si occupa di certi imputati lo denunciano un giorno sì e un giorno anche, e quello di persona offesa. Come persona offesa di reati in genere di diffamazione e di calunnia dovevo costituirmi parte civile nei processi e andavo dal notaio a farmi autentificare la firma sulla procura speciale al mio avvocato, perché all’epoca non era consentito all’avvocato autenticarle e quindi dovevo andare dal notaio. Questo notaio un giorno leggendo le cose turpi che avevano detto di me per l’ennesima volta mi disse “ma che vita! Come hai fatto a andare avanti così?!” e io gli ho detto “non praevalebunt, non prevarranno” e questo mi ha detto “lei dice non prevarranno perché è di formazione culturale cristiana, ma io che sono di formazione culturale ebraica debbo dirle che secondo il libro del Sinedrio del Talmud neanche i giusti possono vincere in questo mondo, sennò non ci sarebbe bisogno della redenzione”. Io, annichilito da questa dottissima citazione teologica e avendo escluso di potergli rispondere citandogli la legge di Murphy “non puoi vincere, non puoi pareggiare, non puoi neppure abbandonare”, ho cercato nelle mie reminiscenze di gioventù qualcosa che tenesse il livello a quelle altezze e mi è venuto in mente il dialogo tra e Arjuna e Krishna nel Mahabharata. Il Mahabharata è un poema indù che racconta la guerra tra due famiglie, i Kaurava e i Pandava, Arjuna è un guerriero lacerato da questa guerra, non sa chi ha torto e chi ha ragione, è stato zio degli uni e maestro degli altri, non sa da che parte schierarsi, soprattutto non sa quali saranno le conseguenze delle cose che fa, perché potrebbe ottenere risultati opposti a quelli che si prefigge. E allora chiede a Krishna che cosa deve fare e Krishna gli fa questo discorso stupendo, gli dice “Arjuna tu che cosa sei?” dice “un guerriero” “e qual è il dovere di un guerriero?” dice “combattere”, “ecco allora tu combatti, non te ne deve importare niente se vinci o se perdi, se sei dalla parte giusta o se sei dalla parte sbagliata, meno che mai ti deve importare di quali saranno le conseguenze ultime delle tue azioni perché a te non compete governare il mondo, a te compete soltanto, come ogni altra creatura, di fare al meglio delle tue capacità quello che ti è toccato in sorte di fare: gli dei guideranno il mondo”. Ecco, io non so se gli dei guideranno il mondo però sono sicuro che se ognuno di noi fa al meglio delle sue capacità quello che gli è toccato in sorte di fare il mondo andrà meglio!

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